Reviews -

The compositions and lyrics are unusual, unpredictable, dark, mysterious, disjunct, and by intent. Everything is dynamic – changing from moment to moment. substantive jazz vocabulary... a pianist with amply developed technical skills ... the music has the feeling of stretching time and space in an infinite universe of floating musical galaxies.
Jazz Improv Magazine Sept. 2008 review of Was Is

Richard Bliwas - Was Is Spacey loungey glitch-jazz songs - (has anyone coined "glitch-jazz" before?). Kinda like Robert Wyatt meets The Books with the Next Door Neighbors listening to Sun Ra...
Brent Wilcox KEUL music director

"Subtitled, Ten Improvisations, the music by pianist Bliwas on Compose Yourself is a series of solo , duet, and trio excursions, into an exploratory area where song forms and a semblance of structure glean through the improvisations. With reed player Blake and bassist Allison, Bliwas transforms intricate phrases into seamless music that has flow to go along with the freedom he exhibits in his playing . Using changing tempo and a penchant for flair, Bliwas creates music with an intriguing hint of mystery and a touch of melancholy. He probes deeply into the pieces, getting into dense territory characterized by emphasis on the lower register that is lightened by his pensive right-hand wanderings. He is just as likely to lapse into a Garner-ish mode or even a disguised ragtime bit during the heavier moments to recast the direction before diving again into the murky waters. It is an eclectic approach to free improvisation."

"Blake joins Bliwas on four selections, playing either clarinet or tenor. His playing fits into the groundrules established by Bliwas, wherby he freely exercises his rights while the framework of the piano sequences wraps around him. His extended duet with Bliwas on " Sight Red" crosses several genre lines while he spirals his clarinet message above and below the meandering piano notes. It is an excellent example of freeform interaction and joint communication. Allison is a brooding type of bass player whose highly resonant tone and searching soul fuel the fires on one duet and three trio cuts. He stays outside the lines most of the time to add considerable depth to the program. Bliwas has produced an engrossing album where freedom coexists with a touch of nostalgia. It is a creative effort by all three musicians." Cadence Magazine (Oct.2001)



Bliwas walks the line between jazz and folkrock with confidence, producing a dialectic sound that compliments rather than conflicts. His lyrics range from profound to silly to cryptic but always with something to say .” -- Shredding Paper”



soulful, haunting“ -- HitSession



Incessantly successful-- All About Jazz ( Italy)



I swear, this is the happiest, sweetest, goofiest, most optimistic album I've heard in a long time, without - get this - ever being smarmy or sappy or stupid. The arrangements are simple and perfect -- Holly Day, (Big Takeover, MusicDish)



Striking sense of organization...great feel for texture...pleasingly messy...ingenious keyboards...cadence magazine

piano virtuoso Hit Session

Jazzy, bluesy, uncategorizable work. -- Brent Wilcox KEUL Jazz Director



Walk the Bike It's way cool..... sort of like early Steely Dan, if they were all sniffing model glue! I love this record -- All Things Considered





Ostensible randomness reveals on subsequent hearings, a rather striking sense of organization, plus a great feel for texture (largely due to Bliwas' ingenious layering of voices during most of the tunes ) that makes one hear the music in interesting new ways. There's much to enjoy here ! from the Beatles' influence on Dragon to the colorful Sun-Ra- esque instrumentals. Definitely worth checking out .
Cadence Magazine review of Ghost (Feb 05)





Ghost di Richard Bliwas (pubblicato dalla Rising Rose Records) prosegue il racconto di questa autore che parte da un approccio letterario per ottenere manufatti musicali che hanno tutte le caratteristiche delle opere d'arte. In questo Ghost il buon Bliwas è come sempre al pianoforte, all'organo, al piano elettrico e alla voce. Lo accompagnano il saxofonista Charles Ned Goold, il chitarrista Ben Sher e il percussionista Valtinho Anastacio, ottimi musicisti che sembrano ben 'dentro' al progetto complessivo. Spesso il loro suono appare spettrale (e visto il titolo dell'album, la cosa non è del tutto inattesa). Ma sanno essere anche prepotentemente elettrici e luciferini, in una decisa presa di posizione che distacca questo Ghost dal precedente lavoro Walk the Bike. Il quartetto si addentra in territori poco riconoscibili, caratterizzati da soluzioni compositive inusuali e arrangiamenti ben stratificati che fanno da ambiente rigoglioso per i testi e l'interpretazione vocale del leader, abituato a lasciare un segno indelebile ben riconoscibile. Come si diceva non mancano momenti più sperimentali, densi di fascino (vedi "Reality") e il mood sembra più scuro rispetto al passato. Nel pianismo di Bliwas emergono echi romantici che svolazzano per un istante per poi cedere il campo ad un incedere quasi blueseggiante che esalta le risposte dei suoi compagni d'avventura, in una sorta di 'patois' del tutto peculiare e meritevole di attenzione



Richard Bliwas giunge al suo quarto album rendendo sempre piu' evidente la sua scelta di presidiare con grande convinzione quel ruolo di cantautorato jazzistico che al giorno d'oggi vede in giro davvero pochi esponenti. La scelta di affrontare in perfetta solitudine questa nuova avventura gli consente di mettere ancora piu' a fuoco questo scenario, lasciando per strada buona parte degli elementi sperimentali che avevano caratterizzato le precedenti prove. I sedici brani presentati sono tutti firmati dallo stesso Bliwas che si accompagna adeguatamente con il pianoforte, aggiungendo qua e la' piccoli tocchi di organo, piano elettrico e clavinet. Il suo e' un racconto che parte dalla propria visione delle cose, da piccole impressioni che si espandono, che si dilatano, ottenendo sempre l'obiettivo di creare un acuto squarcio di vita reale e contemporanea, uno sguardo privato su fatti che toccano le corde piu' intime di ognuno di noi. La sua ottima tecnica pianistica pesca in abbondanza dagli stilemi blues ma tocca anche reminiscenza classiche e le armonie aperte dei Beatles piu' introspettivi. Il tutto ripercorrendo con intelligenza e personalita' molti dei territori che hanno fatto da scenario per il lungo percorso del pianoforte all'interno del linguaggio jazzistico del secolo appena terminato. I riferimenti possono essere disparati: da Randy Newman a Mose Allison, da Laura Nyro a Joni Mitchell, ma anche le parti piu' intimiste di Gil Scott Heron o certe divagazioni free form al pianoforte e voce di artisti apparentemente lontani come Jack Bruce o Tom Waits. I brani sono generalmente brevi, piccoli bozzetti che si alternano sotto la luce ambrata che fa da elemento di continuita'. La voce e' piu' scura del solito, carica di ombre e sfumature, a volte quasi forzata per comunicare al meglio le pulsioni che arrivano dall'anima. Il sostegno dei bassi e' sempre ben evidente, con la mano sinistra di Bliwas costantemente impegnata a dare un sostrato ritmico alle parti vocali che spesso scivolano nel recitativo. Una miscela perfetta per le nostre riflessioni notturne, alla ricerca della giusta complicita' che ci permette di scavalcare una ennesima giornata vissuta in agro-dolce.



Richard Bliwas è sicuramente un artista eclettico: questi due dischi pubblicati nel 2000 lo testimoniano in maniera inequivocabile. La musica sembra essere il medium principale attraverso il quale preferisce esprimersi, ma l'artista americano rivendica con orgoglio anche il ruolo di tutor per la scrittrice americana- giapponese Cynthia Kadohata. Per il libro che l'ha resa (moderatamente) celebre, almeno negli Stati Uniti, l'intrigante "The Floating World" del 1989, Bliwas ha addirittura ispirato (e forse scritto) il capitolo finale in cui si parla delle sue avventure come gestore di distributori automatici, al posto del padre da poco deceduto. Un padre che lo accompagna come ghost-manager nell'impacciato peregrinare fra le miserie di un'America minore e un po' scalcinata. Troveremo tracce e rimembranze del rapporto con la scrittrice nel testo di "Carnival Game", uno dei brani di Walk The Bike. Alla luce delle sue variegate esperienze, potremmo interpretare la parabola artistica di Bliwas come il percorso di un moderno poeta alle prese con la molteplicità estrema delle sfaccettature della vita contemporanea. Un poeta che sa alternare momenti romantici di piccole ballate cariche di echi delicati ad escursioni in aree contigue a quelle del free e della musica sperimentale. Del resto sin dagli anni del college, nei primi anni ottanta, la sua abilità al pianoforte e la sua curiosità intellettuale lo avevano portato a confrontarsi, in perfetta solitudine, con le composizioni lunari di Arnold Schoenberg e a cimentarsi in ardite improvvisazioni in trio con il saxofonista Charles 'Ned' Goold e il chitarrista Ben Sher. Finalmente, con lo sbocciare del nuovo millennio, le sue continue peregrinazioni lo hanno condotto alla soglia dell'esperienza discografica compiuta, grazie alla minuscola etichetta Rising Rose Records (che probabilmente è solo la sigla che identifica l'ennesimo esempio di autoproduzione). Più o meno contemporaneamente fra di loro, sono stati pubblicati questi due album che hanno indubbi punti di contatto ma che poi volano in territori nettamente contrapposti. Da una parte abbiamo l'album di canzoni Walk the Bike dove la vena è quella del cantautore che percorre strade inconsuete per emergere con melodie accattivanti ed appassionate, appena abbozzate e lasciate decantare. Le idee si susseguono incessantemente e alla fine, in poco meno di cinquanta minuti, i brani sono ben 24, spesso sotto la soglia del minuto, spesso accorpati ed incastrati uno nell'altro. Le potenzialità messe in campo sono enormi, grazie alla eccellente sensibilità dei partner utilizzati: si va dalla chitarra slide di David Tronzo al basso acustico di Ben Allison, dalla fisarmonica di Joey Barbato ai saxofoni di Michael Blake e alle percussioni di Jamey Haddad. Il leader è alla voce, al pianoforte e all'organo. La sua presenza è centrale, dominante, ma i partner hanno modo di ritagliarsi spazi preziosi, seppure rarefatti. La drammatica voce strumentale di Tronzo emerge raramente, ma quando lo fa scava squarci di inquietudine minacciosa, lirica lava infuocata che brucia fin dentro l'anima. Il basso di Allison ha quella profonda inflessione acustica che rende il suono complessivo ancora più organico. Il suono della fisarmonica e delle percussioni si amalgama in modo eccellente, dando un giusto contrasto rurale ad una musica che è pluriforme come la giungla urbana delle metropoli. E i saxofoni di Blake sanno elevare con le giuste inflessioni un grido carico di umanità che emerge dalle stradine della New York Downtown per andare a sfidare i grattacieli che fanno da lontane ma incombenti sentinelle. Compose Yourself è sottotitolato 'Ten Improvisations' e vede Bliwas in compagnia di Ben Allison e di Michael Blake. L'album, a differenza del precedente, è completamente strumentale, una libera escursione improvvisata che sa farsi sperimentale senza dimenticare gli echi romantici che sono evidentemente parte del DNA del leader. Il percorso è decisamente impegnativo e la felice scelta dei compagni di strada è indubbiamente la chiave di volta per la buona riuscita del tentativo. I brani sono più dilatati e le idee vengono elaborate molto più a lungo, cercando ogni sfumatura ed ogni angolo di visuale. A volte emergono frammenti di hard bop o addirittura squarci di pianismo quasi-vaudeville, ma il clima generale è decisamente moderno, abbarbicato a cicli di tensione e rilassamento, tipici del free-floating che queste piccole formazioni sanno interpretare a meraviglia. L'assenza della batteria rende ancora più prezioso il contributo di Ben Allison e anche la componente ritmica del gioco pianistico è maggiormente in evidenza. Blake e Allison sono presenti in quattro brani a testa, in tre dei quali contemporaneamente. Il saxofonista, eccellente maestro di camouflage, sa soffiare nel clarinetto e nel saxofono con perfetta padronanza delle varie stratificazioni temporali che caratterizzano il suo suono. La sua capacità di evocare i grandi maestri degli anni quaranta si sposa alla perfezione con la sua curiosità progettuale di taglio avanguardistico, fornendo spunti e territori da esplorare assieme ai compagni di strada. Nella metà dei brani il leader è in perfetta solitudine e la sua vena rapsodica macina i materiali e li amalgama in un vorace stream of consciousness che incorpora e ingloba, decanta, analizza, riprende e rilascia. L'ultimo brano col clarinetto spiritato ma sereno di Blake evoca perfettamente quel clima di fantasmi non inquietanti, ma addirittura familiari, che permeava il racconto di cui si diceva all'inizio. Il cerchio si chiude, le favole si fanno racconti di vita, l'esperienza e la maturità si fondono con le fantasie e le pulsioni giovanili. Aspettiamo il seguito. Valutazione: * * * (per entrambi)

Maurizio Comandini All About Jazz ( Italy)